L’ho incontrato, quando ero alla all’Adnkronos, e mi occupavo di esteri in giro per il mondo. Lo ricordo in Libano, dopo la guerra, in una Beirut che era un enorme cratere di macerie. Era un tipo schivo e gentile, che dava l’idea di non perdere mai la calma. E per alcuni di noi, poco piú giovani, era giá un modello da seguire. I suoi scoop su Ustica avevano giá fatto scuola…E anche il suo modo raccontare, semplice, limpido, senza retorica. Da allora non ho piú avuto modo di incontrarlo se non di sfuggita a margine di di dibattiti pubblici. L’ultima volta, era il 2019, ad un meeting organizzato dal Grande Oriente d’Italia. Era stato invitato a una tavola rotonda insieme a Umberto Croppi e allo storico dell’arte Gianfranco Maraniello. Parló del mestiere di giornalista. “Quello che io ho sempre cercato di fare -disse- è di conservare la memoria e di provare a raccontare il passato per capire anche cosa succede oggi. E’ una fatica, ma sono molto contento”. E lui la storia la sapeva raccontare in maniera davvero avvincente…Ho rivisto recentemente “Liberate il duce”, una puntata lunghissima di Atlantide sul 25 luglio del 1943 e sulla cattura di Mussolini e non mi sono annoiata nemmeno per un istante. Una sorta di post new journalism il suo un po’ alla Tom Wolfe e Truman Capote, per intenderci, tra romanzo- reportage o romanzo- veritá che si poneva l’obiettivo di accompagnare il lettore sul luogo dei fatti… Uno stile, che se vogliamo essere severi, ha anche dei limiti, limiti che personalmente ho riscontrato per esempio sul modo in cui Purgatori ha ricostruito alcuni casi, come quello di Emanuela Orlandi o di Messina Denaro, che, devo dire, mi hanno lasciato la sensazione di una certa incompletezza, come se su quelle vicende si fosse ripromesso di tornarci su…insomma non avesse esaurito il giro di fonti. Peccato, ci mancherá.
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