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Il processo per l’omicidio di Giulio Regeni entra finalmente nel vivo. La Corte d’Assise di Roma ha dichiarato la contumacia dei quattro agenti egiziani accusati del rapimento, della tortura e della morte del giovane ricercatore friulano, avvenuta nel 2016 al Cairo. È una svolta giuridica attesa da anni, che consente la piena apertura del dibattimento, nonostante la mancata cooperazione delle autorità egiziane.
Il riconoscimento della contumacia è stato possibile grazie all’identificazione certa degli imputati e alla documentazione diplomatica trasmessa dall’Italia all’Egitto, che dimostra l’avvenuta informazione del procedimento a carico. Secondo la Corte, la mancata presentazione non è frutto di ignoranza o impossibilità, ma di una scelta consapevole degli imputati.
I quattro funzionari dei servizi di sicurezza egiziani — Tariq, Kamal, Hisham e Magdi, tutti con incarichi operativi — sono accusati di aver partecipato a vario titolo al sequestro e alle violenze subite da Regeni, culminate nella morte del ricercatore, il cui corpo fu ritrovato il 3 febbraio 2016 con segni evidenti di tortura.
La Procura di Roma contesta i reati di sequestro di persona pluriaggravato, lesioni gravissime e omicidio volontario. L’accusa si basa su una fitta attività d’indagine che ha coinvolto testimonianze, dati telefonici e informazioni raccolte da fonti diplomatiche, giornalistiche e dei servizi segreti.
Durante l’udienza, i legali della famiglia Regeni hanno sottolineato il valore simbolico e politico di questo processo. Pur in assenza degli imputati, il procedimento assume rilevanza internazionale perché riafferma il principio della giurisdizione italiana sui crimini gravi commessi contro i propri cittadini all’estero.
Il dibattimento entrerà nel vivo dopo l’estate, con l’audizione di decine di testimoni, inclusi diplomatici italiani, esperti di intelligence e giornalisti che hanno documentato l’affaire Regeni negli ultimi anni. La famiglia del ricercatore, presente in aula, ha espresso “cauto sollievo” per il superamento dell’impasse processuale.
L’Egitto ha continuato a rifiutare ogni forma di estradizione e collaborazione giudiziaria, ritenendo il procedimento “basato su presunzioni politiche”. Tuttavia, la Corte ha stabilito che l’irreperibilità dichiarata non può paralizzare il corso della giustizia italiana.
Il Ministro degli Esteri ha ribadito che il governo italiano sosterrà il lavoro dei magistrati “in ogni sede” e che la verità sul caso Regeni “è una priorità nazionale”. Le pressioni internazionali, nel frattempo, restano forti: Amnesty International e Human Rights Watch chiedono sanzioni mirate contro i funzionari coinvolti.
La pronuncia della Corte d’Assise non potrà condurre a un’esecuzione della pena senza l’arresto effettivo degli imputati, ma rappresenta comunque una tappa fondamentale: il processo va avanti, e con esso anche la memoria pubblica di un crimine che ha segnato profondamente le relazioni tra Italia ed Egitto.
Dal punto di vista giuridico, la vicenda Regeni costituisce un banco di prova per l’efficacia del diritto penale internazionale in assenza di cooperazione tra Stati. La contumacia degli imputati consente ora un processo in absentia che, pur imperfetto, rappresenta una forma di giustizia simbolica e morale.
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