César Manrique, l’artista che trasformò Lanzarote in una politica del paesaggio

di

guido

Data Pubblicazione

Ultimo Aggiornamento

César Manrique, l’artista che trasformò Lanzarote in una politica del paesaggio

César Manrique, l’artista che trasformò Lanzarote in una politica del paesaggio

[caption id="attachment_86371" align="aligncenter" width="300"] Manrique, con alano ed amica[/caption]

Link to A metà degli anni Sessanta, dopo il periodo newyorkese, Manrique torna a Lanzarote proprio mentre l’isola entra con decisione nell’economia del turismo. È il passaggio cruciale. Lui comprende che il turismo porterà ricchezza, ma vede anche il rovescio della medaglia: la nuova economia rischia di divorare esattamente ciò che vende, cioè il paesaggio. Da qui nasce la sua idea di “arte-natura”A metà degli anni Sessanta, dopo il periodo newyorkese, Manrique torna a Lanzarote proprio mentre l’isola entra con decisione nell’economia del turismo. È il passaggio cruciale. Lui comprende che il turismo porterà ricchezza, ma vede anche il rovescio della medaglia: la nuova economia rischia di divorare esattamente ciò che vende, cioè il paesaggio. Da qui nasce la sua idea di “arte-natura”

di Guido Talarico

A Lanzarote si capisce subito che il paesaggio non è soltanto natura: è governo del territorio. Questa isola vulcanica, arida e laterale rispetto all’Europa continentale appartiene alle Canarie, che l’Unione Europea classifica come regione ultraperiferica: territori lontani dal continente, segnati da insularità, piccola scala e dipendenza economica da pochi settori. È da qui che bisogna partire per leggere César Manrique: non come semplice autore di luoghi belli, ma come l’uomo che intuì che, in un confine atlantico tanto fragile, l’estetica può diventare una forma di sovranità territoriale.

A metà degli anni Sessanta, dopo il periodo newyorkese, Manrique torna a Lanzarote proprio mentre l’isola entra con decisione nell’economia del turismo. È il passaggio cruciale. Lui comprende che il turismo porterà ricchezza, ma vede anche il rovescio della medaglia: la nuova economia rischia di divorare esattamente ciò che vende, cioè il paesaggio. Da qui nasce la sua idea di “arte-natura”, che non è un semplice slogan visivo, ma un programma culturale e quasi istituzionale: valorizzare il territorio senza snaturarlo, usare l’architettura come strumento di integrazione e non di conquista. In questo senso Manrique è insieme artista e architetto, perché pensa con la libertà del pittore e costruisce con la responsabilità del pianificatore.

A Tahíche, nella casa che oggi ospita la Fondazione, il suo pensiero diventa materia. La dimora sorge nel mezzo di una colata lavica generata dalle grandi eruzioni del Settecento; il piano superiore riprende la grammatica dell’architettura tradizionale lanzaroteña, mentre l’intero complesso mette in scena una fusione continua tra roccia, luce, vegetazione e spazi abitati. Qui Manrique non colloca un edificio in un contesto: fa emergere un’architettura dalla geologia stessa dell’isola. È il gesto dell’artista che modella emozioni, ma anche quello dell’architetto che sa che ogni muro, in un territorio così esposto, deve prima imparare a non aggredire il luogo.

La stessa logica si ritrova al Mirador del Río, ed è forse qui che la sua opera si fa più chiaramente geopolitica. Il sito, affacciato sulle scogliere di Famara e sull’arcipelago Chinijo, possedeva un valore strategico tale da appartenere in precedenza al Ministero della Difesa. Manrique trasforma un punto di controllo in un punto di contemplazione; converte uno spazio potenzialmente militare in una macchina civile dello sguardo. L’edificio si integra nella montagna, richiama i bancali agricoli, incanala la vista verso il mare e le isole vicine. Non occupa il territorio: lo interpreta. In una frontiera atlantica come Lanzarote, è un passaggio simbolico enorme.

Lo stesso vale per i Jameos del Agua, dove la cueva vulcanica non viene addomesticata ma esaltata. La Fondazione Manrique parla di una simbiosi tra la potenza plastica della natura e l’intervento umano, capace di conservare e insieme reinventare il patrimonio naturale e culturale dell’isola. Ed è qui che si coglie il punto decisivo: Manrique non rifiuta il turismo in sé, anzi accetta che Lanzarote debba misurarsi con quell’economia e con la propria apertura internazionale. Però pretende che il turismo sia obbligato a passare attraverso il rispetto della geologia, della memoria e della scala insulare. La sua non è una nostalgia antimoderna: è una modernizzazione sotto condizioni.

Per capire fino in fondo il personaggio, però, bisogna uscire dalle opere e seguirlo nel conflitto pubblico. Già nel 1965 Manrique dice di essere preoccupato per la “valanga” di turisti in arrivo. Quando fra gli anni Settanta e Ottanta si intensificano i complessi alberghieri, partecipa alle proteste contro nuove urbanizzazioni e denuncia apertamente la crescita indiscriminata dell’offerta turistica. La Fondazione ricorda la sua contrapposizione diretta ad autorità e promotori immobiliari: non era dunque un artista chiuso nel proprio mito, ma una figura sociale che trasformò il prestigio culturale in intervento politico. Prima che l’ecologia diventasse linguaggio comune, Manrique ne aveva già intuito il nucleo: il paesaggio è una risorsa limitata, e quindi una questione di interesse collettivo.

Non sorprende, allora, che la sua influenza sia entrata nelle istituzioni. I siti ufficiali della Riserva della Biosfera ricordano che nel 1992 i governi insulare e regionale avviarono l’iter per la dichiarazione UNESCO, indicando fra le spinte decisive la difesa appassionata di Manrique; il 7 ottobre 1993 Lanzarote fu dichiarata Riserva della Biosfera con tutti i suoi nuclei abitati. Non si trattava di proteggere solo un parco, ma di riconoscere l’intera isola come laboratorio di equilibrio fra insediamento umano, turismo e natura. Ancora oggi la governance della Riserva fa capo al Cabildo e a un Consiglio dedicato, mentre le politiche locali legano la sostenibilità turistica all’esperienza del territorio e allo stile Arte-Naturaleza imposto da Manrique.

È per questo che a Lanzarote il nome di César Manrique supera la dimensione biografica e diventa una categoria politica. In un’isola ultraperiferica dell’Unione, remota ma strategica, esposta al mercato turistico globale e al tempo stesso dipendente dalla propria fragilità ambientale, lui comprese prima di molti altri che l’architettura non è solo costruzione, ma regolazione dei limiti. Il suo lascito più importante non sono soltanto il Mirador, i Jameos o la casa di Tahíche: è l’idea che lo sviluppo, in un territorio finito, debba inchinarsi alla forma del luogo. Per questo Lanzarote continua a essere percepita come una delle isole canarie in cui la difesa dell’identità paesaggistica è stata più tenace: perché un artista, qui, seppe comportarsi da architetto, e un architetto da ecologista civile. (foto in pagina di A.S. Cnapelynck)

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

Subscribe to the Newsletter

Breaking News

Moody’s lascia invariato rating Italia a Baa3. Francia declassata da S&P a AA-

Leonardo completa la cessione del 9,4% di Avio tramite accelerated bookbuilding

test breaking news

John Elkann alla guida di Vento: nasce un nuovo fondo da 75 milioni per le startup italiane