Link to Dalla Calabria a Manchester, poi il ritorno in Italia: la storia di una scienziata che sogna un laboratorio al Sud e lotta contro i tumori con la forza della conoscenza e della maternitàDalla Calabria a Manchester, poi il ritorno in Italia: la storia di una scienziata che sogna un laboratorio al Sud e lotta contro i tumori con la forza della conoscenza e della maternità
«Ho sempre avuto una doppia anima», confida Francesca Chemi in un’intervista al Corriere della Sera, con la voce di chi ha saputo trasformare un’intuizione infantile in un progetto di vita. Un’anima divisa tra le lingue e la scienza, tra l’espressione e la scoperta. Oggi è una ricercatrice allo Human Technopole di Milano, dove studia le minuscole tracce di DNA tumorale nel sangue per comprendere l’evoluzione del cancro e migliorare le terapie. Ma tutto è cominciato a Scalea, in Calabria, tra le mura di un liceo linguistico e l’ispirazione di una professoressa di chimica che le ha insegnato a vedere nella materia una forma di bellezza.
Dopo la laurea in Farmacia all’Università della Calabria e un dottorato in biochimica, Francesca vola a Manchester grazie a una borsa di ricerca. Qui si forma in uno dei centri oncologici più avanzati d’Europa, il Cancer Research UK Manchester Institute. Lavora al fianco della scienziata Caroline Dive, entra nel cuore del progetto TRACERx, uno studio pionieristico sul carcinoma polmonare. «Abbiamo dimostrato che un semplice prelievo di sangue può raccontare come un tumore evolve nel tempo – spiega – e questo ci permette di anticipare recidive e metastasi».
Nel 2022 decide di tornare in Italia, portando con sé il sapere maturato all’estero e il desiderio di metterlo al servizio del proprio Paese. Allo Human Technopole, nel gruppo guidato da Andrea Sottoriva, si occupa di biopsie liquide, una frontiera della medicina personalizzata che consente di osservare la malattia in tempo reale. «Analizzare il DNA circolante è come avere una finestra aperta sull’evoluzione del tumore – racconta –. Possiamo capire perché certi farmaci non funzionano più e trovare nuove strategie terapeutiche».
Francesca è anche madre: una bimba di tre anni e un secondo figlio in arrivo. Per lei, la maternità non è un ostacolo, ma un alleato. «I figli ti insegnano a rallentare, ti allenano alla resilienza e ti riportano alla curiosità pura. Conciliare ricerca e famiglia non è facile, ma è possibile, soprattutto se c’è un ambiente che ti sostiene». Suo marito, anche lui nel campo della ricerca, è parte di questo equilibrio. «Il divario di genere si combatte insieme – sottolinea –. Serve una comunità che riconosca e valorizzi le differenze».
Lo sguardo di Francesca è rivolto al futuro. Sogna un giorno di creare un suo laboratorio e, soprattutto, di tornare al Sud per fare ricerca. «Restituire alla mia terra ciò che ho imparato è un desiderio profondo. Vorrei contribuire a costruire un contesto in cui i giovani possano crescere e fare scienza con passione».
Il suo consiglio ai ragazzi è chiaro: «Tenacia, passione e un ambiente giusto. Le donne portano nella scienza una forza silenziosa, fatta di empatia e precisione. Ma la scienza, per essere davvero utile, deve restare umana. Deve servire la vita».
Come racconta al Corriere della Sera, la sua è una vocazione che non separa mai mente e cuore. Una scelta, quella della ricerca, che è insieme personale e collettiva: «Ogni giorno in laboratorio ha senso solo se può aiutare qualcuno. Anche solo un po’».
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