Link to Tra pressioni interne, equilibri regionali e ombre di conflitti passati, il negoziato mediato da Muskat apre un delicato test tra Teheran e Washington. Tra pressioni interne, equilibri regionali e ombre di conflitti passati, il negoziato mediato da Muskat apre un delicato test tra Teheran e Washington.
Dopo settimane di tensioni crescenti e il rischio concreto di uno scontro militare, i primi colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran si sono conclusi oggi a Muscat. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha definito l’incontro «un buon inizio». I negoziati, mediati dal ministro omanita Badr bin Hamad Al Busaidi, hanno affrontato il nodo centrale del programma nucleare e le condizioni per una possibile revoca delle sanzioni. Tuttavia, un accordo complessivo resta ancora lontano.
Il contesto è tutt’altro che semplice L’anno scorso, l’escalation culminata nella guerra di dodici giorni tra Israele e Iran e nei bombardamenti statunitensi su siti nucleari strategici ha lasciato un’eredità di diffidenza profonda. Araghchi ha sottolineato che «il futuro dei colloqui dipenderà dalle consultazioni nelle varie capitali», facendo capire che non solo Teheran e Washington, ma anche attori regionali come Riyadh, Doha, Ankara e altri, giocheranno un ruolo indiretto ma decisivo nel processo. La delegazione statunitense era guidata dall’inviato speciale Steve Witkoff e affiancata da Jared Kushner, con la presenza del comandante del Comando Centrale, Brad Cooper. Un segnale ambiguo: da un lato, testimonia la determinazione militare americana; dall’altro, funge da deterrente contro eventuali atti ostili.
L’Iran, invece, ha scelto una linea diversa. Oltre ad Araghchi, erano presenti il viceministro degli Esteri per gli affari economici e consulenti strategici, ma nessun ufficiale militare. La mossa indica chiaramente la volontà di Teheran: mantenere il tavolo negoziale centrato sul nucleare, senza far entrare direttamente la dimensione militare. La posizione americana, ribadita dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, è lineare: la diplomazia resta la via principale, ma «opzioni oltre la diplomazia» rimangono sul tavolo. Il presidente Donald Trump punta a un accordo che superi i limiti del JCPOA, includendo missili, alleanze regionali e controllo energetico, senza escludere la pressione militare come strumento di negoziazione.
Dall’altra parte, la leadership iraniana deve confrontarsi con una crisi interna significativa: inflazione superiore al 30%, crollo del valore della moneta e anni di sanzioni pesanti. L’urgenza di trovare una via d’uscita economica si intreccia con la difesa della sovranità e dei diritti nucleari, creando un equilibrio delicatissimo.
Anche il quadro regionale che fa da contorno è complesso. Arabia Saudita, Qatar e Turchia hanno espresso sostegno ai colloqui, auspicando un raffreddamento delle tensioni. La Cina ha confermato l’appoggio a Teheran nella tutela dei propri interessi e della sovranità, mentre la Russia osserva con attenzione, sperando in un esito positivo. Israele, invece, continua a percepire il dialogo come un possibile rischio alla propria supremazia regionale. Al termine delle discussioni, l’Oman ha confermato che gli incontri «mirano a creare le condizioni per il ripristino di negoziati diplomatici e tecnici». La distanza tra le richieste statunitensi – missili, alleanze e sanzioni – e le posizioni iraniane – diritto all’arricchimento dell’uranio e difesa della sovranità nucleare – resta ampia. Comunque, la partecipazione a più round di incontri indiretti è già un segnale positivo: nessuna delle due parti vuole un’escalation, e il dialogo, pur limitato, serve a testare la serietà reciproca.
(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati
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