Juventus, il giorno zero. L’esonero di Tudor segna un altro capitolo nel declino della Vecchia Signora

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Guido Talarico

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Juventus, il giorno zero. L’esonero di Tudor segna un altro capitolo nel declino della Vecchia Signora

Juventus, il giorno zero. L’esonero di Tudor segna un altro capitolo nel declino della Vecchia Signora

Igor Tudor non è più l’allenatore della Juventus. La sconfitta dell’Olimpico contro la Lazio è stata fatale al tecnico croato, sollevato dall’incarico in mattinata dopo appena 218 giorni sulla panchina bianconera.

La decisione è maturata tra la notte e le prime ore del mattino. Il direttore generale Damien Comolli, arrivato per ridisegnare la struttura tecnica del club, ha comunicato l’esonero a Tudor dopo un confronto con John Elkann, amministratore delegato di Exor, e con Giorgio Chiellini, in contatto dall’Arabia Saudita dove si trova per impegni istituzionali. È il secondo tecnico bruciato in pochi mesi, dopo Thiago Motta, sostituito a marzo. Mercoledì, contro l’Udinese, in panchina andrà Massimo Brambilla, allenatore della Juve Next Gen. Ma la corsa al successore è già iniziata: si fanno i nomi di Luciano Spalletti, Roberto Mancini e Raffaele Palladino.

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Tudor paga un rendimento pessimo: otto partite senza vittorie, tre sconfitte consecutive (Como, Real Madrid, Lazio) e quattro gare senza segnare. La squadra ha perso fiducia, direzione, lucidità. Nello spogliatoio filtravano segnali di smarrimento, con giocatori disorientati e un ambiente che non riconosceva più una guida. La Juventus, abituata per anni all’ordine, è oggi una squadra che vive di nervi e di rimpianti. Ogni passo falso pesa come un macigno, ogni esonero diventa il tentativo disperato di ripulire il passato.

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Fino a pochi anni fa la Juventus dominava tutto: nove scudetti consecutivi, due finali di Champions League, una reputazione solida come il suo bilancio. Poi il sistema si è incrinato. L’operazione Ronaldo, pensata per allargare i confini del marchio, ha fatto saltare gli equilibri economici. Le indagini sulle plusvalenze hanno rivelato un modello ormai insostenibile e hanno travolto la vecchia dirigenza. Le dimissioni di Andrea Agnelli e Fabio Paratici hanno chiuso un’era, e la Juventus è rimasta senza bussola.

I numeri raccontano una caduta lunga: in cinque anni sono andati in fumo oltre 300 milioni di euro, i ricavi sono passati da 494 a 440 milioni, e la società ha dovuto accettare sanzioni, penalizzazioni e indagini UEFA. Oggi i conti restano precari, e la squadra è l’immagine fedele di quella precarietà.

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Da Allegri a Pirlo, poi di nuovo Allegri, Motta, Tudor: cinque allenatori in cinque stagioni. Un domino di panchine che ha logorato la squadra e confuso i tifosi. Già Thiago Motta, dopo la sconfitta con l’Atalanta del 9 marzo scorso, aveva dichiarato: «Basta parlare di scudetto, non siamo più tra i candidati». Era la resa, più psicologica che tecnica. E ora Tudor, chiamato per rimettere insieme i pezzi, viene travolto dallo stesso meccanismo. La panchina più pesante d’Italia è diventata una sedia a dondolo.

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Il declino non è esploso in un giorno, ma si è insinuato piano, come un’infiltrazione d’acqua in una statua di marmo. Il primo colpo di scalpello è arrivato nel novembre 2022, quando l’intero Consiglio d’Amministrazione — con Andrea Agnelli in testa — si è dimesso, travolto dallo scandalo plusvalenze.

Seguì la penalizzazione in campionato, le indagini, i processi, i ricorsi. Le cifre parlarono più di qualsiasi giudizio morale. E quando la UEFA ha annunciato, il 16 ottobre scorso, una nuova indagine per violazione del Fair Play Finanziario, la sensazione è stata chiara: la Vecchia Signora non si era ancora ripresa.

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Ma per capire le cause del declino bisogna tornare più indietro, nel 2018, quando fu acquistato Cristiano Ronaldo. Fu l’inizio della fine. L’arrivo del portoghese, cinque volte Pallone d’Oro, avrebbe dovuto spalancare alla Juve le porte della Champions League e del marketing globale. Per un istante sembrò funzionare: lo Stadium vibrava, le maglie si vendevano in ogni continente. Ma l’effetto collaterale fu devastante. Come scrisse Forbes nel 2022, “Ronaldo portò prestigio immediato, ma accelerò anche uno squilibrio economico e sportivo”.

L’ingaggio più alto della Serie A, un progetto tecnico costruito intorno a un fuoriclasse già oltre i trent’anni e l’inevitabile perdita di identità di gruppo. Dopo tre stagioni, l’addio lasciò più debiti che trofei. Ronaldo se ne andò, la Juve rimase con un’eredità pesante: costi fuori controllo, rosa scompensata e una convinzione incrinata. Era finita la stagione dei giganti, iniziava quella dei fantasmi.

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Dopo l’addio di Ronaldo, la Juventus ha cambiato guida come si cambia direzione in una tempesta: d’impulso, nella speranza di evitare gli scogli, ma senza una vera bussola. Allegri, Pirlo, Allegri di nuovo, poi Thiago Motta e infine Tudor: troppi capitani per una sola nave alla deriva. Ogni cambio di timone sembrava promettere una rinascita, ma finiva per confermare solo la confusione.

Il 10 marzo 2025, dopo un disastroso 0-4 in casa contro l’Atalanta, Thiago Motta ammise: “Questa storia dello scudetto, del fatto che ci mettete sempre tra i possibili candidati… non ne parleremo più”. Era una resa pubblica, un’ammissione che fino a qualche anno prima sarebbe stata impensabile. La Juventus, la squadra abituata a pensare solo al vertice, non si considerava più “tra le candidate”. Non un episodio isolato, ma il simbolo di un cambiamento d’epoca: il club che per anni aveva rifiutato la fragilità ora ne faceva esperienza diretta, quasi con pudore.

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Eppure, nonostante tutto, la Juventus continua ad avere un’aura che pochi club al mondo possono vantare. È l’eco dei nomi che hanno costruito la leggenda: Scirea, Platini, Baggio, Zidane, Del Piero, Buffon, Chiellini. Uomini diversi, epoche diverse, ma un filo comune: la convinzione che la maglia bianconera non sia un vestito, ma una promessa.

Oggi quella promessa è incrinata, ma non spezzata. C’è malinconia nei volti dei tifosi, ma anche orgoglio. Perché la Juve, anche quando cade, lo fa con la dignità dei grandi casati. Non è solo una squadra in declino: è un’istituzione in cerca di senso, una leggenda che rifiuta di svanire. E forse, proprio ora, riscoprirà la propria umanità. Non quella del club invincibile, ma della società che ha conosciuto la gloria, la colpa e la speranza.

 

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

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