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Secondo un nuovo rapporto ISMEA, l’agricoltura rigenerativa in Italia è cresciuta del 40% nell’ultimo anno, raggiungendo oltre 45.000 ettari coltivati con metodi sostenibili. Le regioni più attive sono Toscana, Puglia, Emilia-Romagna e Marche, grazie anche ai fondi europei del Piano Strategico PAC.
Le pratiche più diffuse includono la rotazione delle colture, la copertura permanente del suolo, la semina diretta e l’uso limitato (o nullo) di pesticidi e fertilizzanti chimici. Questi metodi, oltre a ridurre l’erosione e trattenere carbonio nel suolo, migliorano anche la qualità dell’acqua e la resa nel lungo periodo.
Molti agricoltori italiani segnalano una maggiore resilienza delle colture agli stress climatici, come la siccità e le ondate di calore. Inoltre, grazie alle certificazioni “carbon farming”, stanno iniziando a monetizzare crediti di carbonio venduti a imprese in cerca di compensazioni ambientali.
Il Ministero dell’Agricoltura sta valutando una strategia nazionale per rendere l’agricoltura rigenerativa una priorità della prossima PAC, con obiettivi vincolanti e accesso facilitato al credito rurale. Le università agricole sono già coinvolte nella formazione tecnica.
Coldiretti e Slow Food hanno accolto positivamente i dati, definendo il settore “una chiave per la transizione ecologica in ambito agroalimentare” e auspicando l’estensione dei modelli rigenerativi anche alle filiere zootecniche.
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