fu stroncata dalla censura staliniana nel 1936. Alla Scala è risuonata come un manifesto contro ogni tirannia culturale, lettura che alcuni esponenti politici hanno commentato con perplessità
Una Prima della Scala memorabile il 7 dicembre a Milano. Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Dmitrij Šostakovič, diretta da Riccardo Chailly con la regia di Vasily Barkhatov, ha inaugurato la stagione 2025/26 conquistando il pubblico con 11 minuti di applausi e incassi da record: 2,8 milioni di euro, i più alti mai registrati nell’ormai tradizionale appuntamento. In un Piermarini affollato ma privo della presenza di buona parte del governo – assenza rimarcata con ironia dal presidente lombardo Attilio Fontana (“Stiamo bene anche soli”) – hanno preso posto nel palco d’onore il sindaco Beppe Sala, il ministro della Cultura Alessandro Giuli e la senatrice a vita Liliana Segre, accolta da una standing ovation. “Sono io che voglio bene alla Scala”, ha commentato. Barkhatov ambienta la vicenda di Katerina Izmajlova in un gelido ristorante Jugendstil, trasformato in una crime scene permanente dove indagini di polizia e flussi di memoria si sovrappongono alla trama di adulterio, violenza e omicidio raccontata da Šostakovič.
Protagonista luminosa e drammatica Sara Jakubiak, acclamata per la sua Katerina, affiancata dal Sergej di Najmiddin Mavlyanov e da Yevgeny Akimov nel ruolo di Zinovij. A dominare la serata è però la direzione di Chailly, alla sua dodicesima Prima di Sant’Ambrogio: una lettura tesa, teatrale, materica, esaltata dalla ricchezza orchestrale degli interludi sinfonici.Il finale ha lasciato il pubblico senza fiato: non più il lago gelato previsto dal libretto, ma due figure avvolte dalle fiamme – stuntmen in tuta ignifuga – che si precipitano al proscenio in un’immagine brutale e simbolica, quasi un contrappasso dantesco.
Raramente rappresentata per la sua complessità e per la forte carica di critica sociale, Lady Macbeth di Šostakovič fu stroncata dalla censura staliniana nel 1936. Alla Scala è risuonata come un manifesto contro ogni tirannia culturale, lettura che alcuni esponenti politici hanno commentato con perplessità: il presidente della Commissione Cultura Federico Mollicone ha definito la scelta “stridente” rispetto ai valori di rispetto della donna. Mentre in sala si celebrava il trionfo musicale, piazza Scala era animata dalla protesta degli artisti del Teatro, dei sindacati e dei gruppi pro Palestina, scesi in piazza contro i tagli al settore dello spettacolo e per chiedere impegni concreti sulla cultura. Un avviso all’ingresso segnalava la presenza di scene violente, mentre la tensione politica intorno all’evento – tra assenze governative, critiche e rivendicazioni – non ha scalfito il successo di una delle Prime più forti, controverse e discusse degli ultimi anni.
(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati
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