“Non chiamiamola pace”: la tregua a Gaza non libera nemmeno Marwan Barghouti

di

Carlo Longo
“Non chiamiamola pace”: la tregua a Gaza non libera nemmeno Marwan Barghouti

Link to Dietro l’accordo per il cessate il fuoco, restano le contraddizioni irrisolte del conflitto israelo-palestinese. Il leader simbolo della resistenza, Barghouti, resta in prigione. E l’Europa, ancora una volta, appare marginaleDietro l’accordo per il cessate il fuoco, restano le contraddizioni irrisolte del conflitto israelo-palestinese. Il leader simbolo della resistenza, Barghouti, resta in prigione. E l’Europa, ancora una volta, appare marginale

Meglio una tregua che la prosecuzione delle atrocità quotidiane, ma non chiamiamola pace. Quella raggiunta a Gaza è solo una sospensione temporanea del massacro, non la soluzione di un conflitto che, da decenni, continua a negare al popolo palestinese dignità, stato e futuro.

Dietro l’annuncio del cessate il fuoco si nasconde, infatti, l’ennesima frustrazione della causa palestinese, disarcionata da logiche di potere che poco hanno a che vedere con la giustizia o con i diritti umani. È l’esito, più che di una mediazione internazionale autentica, di una logorante trattativa tra potenze regionali arabe, Israele e Stati Uniti — questi ultimi ancora una volta nel ruolo di arbitro e giocatore, il “joker” capace di decidere le sorti del tavolo.

E l’Europa? Ancora una volta disarticolata e irrilevante, priva di una voce autonoma, incapace di proporre una visione strategica. Si limita a inseguire le decisioni altrui, mentre sul terreno la popolazione di Gaza paga il prezzo più alto.

In questo scenario, il nome di Marwan Barghouti — l’unico leader palestinese che, forse, avrebbe la statura per rilanciare un vero progetto di Stato — resta confinato nelle carceri israeliane. Non è prevista la sua liberazione, e questa omissione pesa come un simbolo: senza figure autorevoli, il sogno di una Palestina sovrana rimane prigioniero tanto quanto lui.

Quella che molti chiamano “pace”, insomma, non è che una tregua fragile, imposta più che negoziata, utile alle potenze coinvolte ma non ai popoli che subiscono la guerra. È un compromesso necessario, certo, ma lontano dall’essere giusto.

La vera pace, quella che riconosce due popoli, due Stati e due dignità, non potrà mai nascere dall’inerzia diplomatica e dalla paura di scontentare gli alleati più forti. Finché i palestinesi non avranno voce — e finché quella voce resterà imprigionata insieme a Barghouti — nessuna tregua potrà dirsi davvero pace.

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

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