Link to Dalle origini rituali ai nuovi media : l’Nsibidi come spazio di dialogo tra passato e futuro rivive nelle opere di uno degli artisti di punta della scena creativa africana. Associated Medias lo ha incontrato a Lagos, in occasione di una collettiva dedicata alla riscoperta del linguaggio ancestrale del Delta del NigerDalle origini rituali ai nuovi media : l’Nsibidi come spazio di dialogo tra passato e futuro rivive nelle opere di uno degli artisti di punta della scena creativa africana. Associated Medias lo ha incontrato a Lagos, in occasione di una collettiva dedicata alla riscoperta del linguaggio ancestrale del Delta del Niger
[caption id="attachment_81046" align="aligncenter" width="225"] Wilfred Ukpong spiega la forza del Nsibidi, illustrando l'opera delle artiste Maravellous Dominion e Jessica Eke[/caption]
Nel cuore pulsante di Lagos, nascosta tra il verde di un giardino tropicale a Lekki Phase 1 — uno dei quartieri più dinamici della capitale economica nigeriana — si trova Iwalewa, una galleria d’arte piccola ma dal respiro ampio. Inaugurata nel 2017, la galleria è diventata rapidamente un punto di riferimento per la ricerca e la creatività africana contemporanea. Proprio qui, lo scorso dicembre, antichi segni pittografici usati un tempo in chiave rituale da alcuni gruppi etnici del sud-est del Paese hanno ripreso vita. La mostra “When Symbols Breathe: Contemporary Expressions of Nsibidi” ha riunito tre voci di spicco dell’arte nigeriana contemporanea — Marvellous Dominion, Jessica Eke e Wilfred Ukpong — per esplorare l’antico linguaggio pittografico diffuso nell’area del Cross River e rivelarne la sorprendente capacità di dialogare con il presente.
Ne abbiamo parlato con Wilfred Ukpong, artista interdisciplinare, filmmaker e ricercatore franco-nigeriano, esponente di punta dell' Afrofuturismo, che vive tra Oxford (Regno Unito), Clermont-Ferrand (Francia) e Irving (Stati Uniti). La sua pratica, fortemente impegnata sul piano sociale, intreccia fotografia, cinema, musica e suono, scultura, installazione, performance, architettura e workshop creativi, affrontando questioni di scottante attualità attraverso linguaggi multipli e partecipativi.
D. La mostra è dedicata a simboli che “respirano”. Cosa significa oggi riscoprire lo spirito dell’Nsibidi? R. Significa sottrarre il simbolo alla fissità dell’archivio e restituirgli una funzione vitale. L’Nsibidi non è mai stato un linguaggio morto: è sempre stato performativo, relazionale, comunitario. In questa mostra, il simbolo non è semplice decorazione, ma azione, memoria incarnata e possibilità di dialogo tra generazioni e contesti diversi. Le opere esposte utilizzano materiali tattili — pigmenti naturali, tessuti grezzi — trasformando la fruizione in un’esperienza multisensoriale. Il mio primo incontro con l’Nsibidi risale all’infanzia, durante le feste in maschera di Ekpe, nello Akwa Ibom. Da giovane artista e ricercatore fui poi affascinato da come grandi maestri della moderna arte nigeriana, il pensiero va a Uche Okeke e Obiora Udechukwu, avessero integrato questo complesso sistema di comunicazione visiva nelle loro pratiche artistiche. Un interesse più profondo è maturato poi negli anni Novanta, quando ho esplorato l’Nsibidi come nuova condensazione visiva di pensiero poetico e azione. Un percorso che mi ha portato a una ricerca approfondita durata quattro anni, condotta in collaborazione con il National Museum of Oron. Un’esperienza che ha ispirato la mia prima mostra personale, Emblem of Prowess (1999), alla Quintessence Art Gallery di Ikoyi, Lagos. Negli ultimi venticinque anni trascorsi all’estero, ho ripreso il concetto di Nsibidi in forme apparentemente minimali, mescolandolo con altri simboli e disegni culturali. Il risultato è un corpus di opere che invita il pubblico a entrare in un mondo in cui simboli “armati” e materiali convivono per codificare pensiero, moralità e resilienza contro sistemi politici oppressivi e neocoloniali. Alcune di queste opere fanno oggi parte della collezione del Fitchburg Art Museum, nel Massachusetts.
D. L’Nsibidi viene spesso percepito come un sapere esoterico. Che rapporto c’è tra simbolo, mistica e contemporaneità? R. La mistica non è evasione, è conoscenza profonda. L’Nsibidi contiene una visione del mondo in cui etica, natura e comunità sono inseparabili. Riattivarlo oggi significa opporsi a una modernità disincarnata, recuperando forme di sapere capaci di immaginare un futuro più giusto e sostenibile. Le installazioni multimediali della mostra, con luci soffuse e texture naturali, suggeriscono un’esperienza contemplativa, quasi rituale, del simbolo.
D. Lei è un artista socialmente impegnato. Come si inserisce questa mostra nel suo percorso? R. Il mio lavoro vive nel margine tra arte e prassi sociale. Dai progetti nel Niger Delta fino a Blazing Century, ciò che mi interessa è capire se l’arte possa generare modelli di emancipazione reale. Qui le opere sono strumenti per interrogare identità, ecologia e memoria coloniale. È un gesto politico, ma anche spirituale. BC2: Black Face-off: Weapons of Resilience / Weapons of Our Warfare è una serie interconnessa di pittura scultorea e fotografia artistica che impiega un linguaggio progettuale basato sull’amalgama dei pittogrammi Nsibidi e la natura cruda e
C2: Black Face-off: Weapons of Resilience / Weapons of Our Warfare
coraggiosa di oggetti trovati – come catene e scarpe – utilizzati come oggetti performativi per esplorare strategie di resistenza e resilienza, concettualizzate qui come forme visive “armate”. Le opere cercano di indagare le infrastrutture psicologiche, ambientali e sociali necessarie alla sopravvivenza e all’empowerment in un mondo complesso, suggerendo come le “armi” più potenti siano quelle interiori, culturali e simboliche, piuttosto che meramente materiali. L’uso congiunto di simboli e materiali di recupero offre una prospettiva afrocentrica su una filosofia e una ritualità della resistenza, radicate tanto nella tradizione quanto nella contemporaneità.
[caption id="attachment_81048" align="alignright" width="225"] Ukpong con Maravellos Dominion[/caption]
D. In che modo il suo lavoro dialoga con quello degli altri artisti in mostra? R. Marvellous Dominion e Jessica Eke affrontano l’Nsibidi da prospettive differenti, ma complementari. Tutti e tre condividiamo la tensione verso la riscrittura dei codici e l’uso del segno come dispositivo critico. Il dialogo tra le nostre opere è concettuale più che formale: lavoriamo sull’idea del linguaggio come spazio di potere, resistenza e immaginazione. Nelle opere di Dominion, i simboli emergono su trame di colori metallici e superfici riflettenti, mentre Eke esplora la trasparenza e la stratificazione dei segni, creando profondità visiva che completa il mio approccio materico e tattile.
D. Lei lavora tra Europa e Nigeria. Quanto conta Lagos in questo momento della sua ricerca? R. Lagos è una città-laboratorio: caotica, contraddittoria, estremamente creativa. Lekki rappresenta una Nigeria in trasformazione, sospesa tra globalizzazione e radici. Esporre qui significa confrontarsi con un pubblico giovane e attento, che non accetta narrazioni semplificate. La galleria stessa, con spazi ampi e luminosi, permette ai simboli di “respirare” e ai visitatori di muoversi intorno alle opere, entrando in un dialogo fisico e concettuale con i segni.
D. Che tipo di esperienza vorrebbe che il pubblico portasse con sé uscendo dalla mostra? R. Vorrei che uscissero con delle domande, non con risposte pronte. Se i simboli respirano, è perché qualcuno li ascolta. La mostra è un invito a rallentare, a leggere i segni, e a riconoscere che l’arte può essere uno spazio di guarigione e responsabilità collettiva.
(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati
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