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Link to Dopo oltre dieci anni di investimenti, restauri e gestione virtuosa, il futuro dello Stadio di Domiziano di Roma torna al centro di un complesso contenzioso tra la società concessionaria MKT121 S.r.l. e la Sovrintendenza Capitolina. Una vicenda che intreccia tutela del patrimonio, partenariato pubblico-privato e diritto di accesso dei cittadini a uno dei siti archeologici più affascinanti e delicati di RomaDopo oltre dieci anni di investimenti, restauri e gestione virtuosa, il futuro dello Stadio di Domiziano di Roma torna al centro di un complesso contenzioso tra la società concessionaria MKT121 S.r.l. e la Sovrintendenza Capitolina. Una vicenda che intreccia tutela del patrimonio, partenariato pubblico-privato e diritto di accesso dei cittadini a uno dei siti archeologici più affascinanti e delicati di Roma
di Carlo Longo
Lo Stadio di Domiziano, nascosto sotto Piazza Navona e riscoperto solo nel Novecento, rappresenta uno dei luoghi più suggestivi e complessi del patrimonio archeologico romano. Per decenni, tuttavia, questo sito è rimasto chiuso al pubblico: inaccessibile, privo dei requisiti minimi di sicurezza e agibilità, collocato sotto un edificio condominiale e raggiungibile solo attraverso passaggi privati. Una condizione che ne ha impedito qualsiasi forma di fruizione culturale.
La svolta arriva nel 2013, quando Roma Capitale affida in concessione l’area archeologica alla società MKT121 S.r.l., con un mandato chiaro: restaurare, mettere in sicurezza e valorizzare il sito, interamente a carico del concessionario. Un’operazione tutt’altro che ordinaria, che ha richiesto investimenti superiori a 1,7 milioni di euro tra lavori di recupero, infrastrutture, servizi aggiuntivi e spazi privati funzionali all’accesso del pubblico.
È proprio questo elemento – l’uso indispensabile di locali privati adiacenti al sito – a rendere il caso dello Stadio di Domiziano unico nel suo genere. Senza quegli spazi, regolarmente affittati e attrezzati da MKT121, l’area archeologica non potrebbe garantire ingressi, uscite di sicurezza, servizi igienici, accessibilità per disabili, impianti antincendio e drenaggio. In altre parole, non potrebbe essere aperta al pubblico.
Nel corso di oltre dieci anni di gestione, la società ha trasformato un’area abbandonata in un polo culturale riconosciuto, capace di coniugare tutela archeologica, didattica, mostre e visite guidate, senza che l’Amministrazione abbia mai sollevato contestazioni sulla qualità della gestione o sulla manutenzione del sito.
Il punto di rottura arriva nel 2024, alla scadenza della proroga concessa a compensazione delle chiusure dovute alla pandemia. MKT121 propone un rinnovo della concessione o, in alternativa, un partenariato speciale pubblico-privato, strumento previsto dalla normativa per valorizzare beni culturali complessi. La Sovrintendenza, dopo mesi di interlocuzioni e silenzi, decide invece di avviare una nuova procedura pubblica.
La gara si conclude nel 2025 con l’individuazione di un nuovo partner privato, Opera Laboratori Fiorentini S.p.A., e con l’intimazione a MKT121 di riconsegnare l’area entro 30 giorni, cessando ogni attività. Una decisione che apre un nuovo fronte giudiziario: la società ricorre al TAR del Lazio, denunciando l’impossibilità concreta di garantire l’accesso al sito senza i locali privati nella sua disponibilità e l’assenza di qualsiasi titolo che consenta il passaggio del pubblico attraverso le aree condominiali.
Il TAR, con ordinanza cautelare del gennaio 2026, rigetta la richiesta di sospensiva, lasciando però aperte numerose questioni sostanziali: dalla mancata stipula della nuova convenzione, alla concreta agibilità del sito, fino al rischio di una chiusura forzata dello Stadio di Domiziano.
È proprio questo il paradosso che emerge con forza dalla diffida inviata da MKT121 alla Sovrintendenza: nel tentativo di riorganizzare la gestione del sito, si rischia di interrompere un servizio culturale funzionante, con un danno non solo per il concessionario uscente, ma per la collettività e per l’immagine stessa di Roma.
Il caso dello Stadio di Domiziano diventa così emblematico di una questione più ampia: come bilanciare tutela pubblica, investimenti privati e continuità della fruizione culturale. Una domanda che, al di là degli esiti giudiziari, interroga il modello stesso di valorizzazione del patrimonio storico italiano.
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