Trasparenza degli algoritmi: il Tribunale di Milano ordina a Glovo di rivelare come assegna le consegne

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Trasparenza degli algoritmi: il Tribunale di Milano ordina a Glovo di rivelare come assegna le consegne

Trasparenza degli algoritmi: il Tribunale di Milano ordina a Glovo di rivelare come assegna le consegne

Link to Importante sentenza sul diritto dei rider a conoscere il funzionamento degli algoritmi aziendali.Importante sentenza sul diritto dei rider a conoscere il funzionamento degli algoritmi aziendali.

Il Tribunale del Lavoro di Milano ha pronunciato una sentenza destinata a cambiare gli equilibri nella gig economy italiana: Glovo, nota piattaforma di food delivery, dovrà fornire ai rider informazioni dettagliate sul funzionamento dell’algoritmo che regola l’assegnazione delle consegne. La decisione si fonda sul diritto alla trasparenza previsto dal GDPR (Regolamento Europeo sulla Protezione dei Dati).

La causa è stata intentata da un gruppo di rider, assistiti da una rete di avvocati del lavoro e associazioni sindacali, che da tempo denunciavano una presunta discriminazione algoritmica nel ricevere ordini. I lavoratori ritenevano di essere penalizzati da un sistema opaco che premiava la disponibilità continua, anche al di fuori degli orari contrattuali.

Secondo il Tribunale, il trattamento automatizzato dei dati, finalizzato all’organizzazione del lavoro e al calcolo delle prestazioni, incide in modo diretto sui diritti individuali e collettivi dei rider. Per questo motivo, la piattaforma ha l’obbligo giuridico di esplicitare i criteri decisionali adottati dal software.

L’articolo 22 del GDPR è stato il riferimento normativo chiave: esso stabilisce che ogni persona soggetta a una decisione basata unicamente sul trattamento automatizzato ha il diritto di ottenere “intervento umano”, spiegazioni e possibilità di contestazione. Il giudice ha ritenuto che Glovo non avesse adempiuto a questi obblighi.

Il provvedimento giudiziario impone alla società di consegna non solo la descrizione tecnica dell’algoritmo, ma anche la comunicazione chiara e comprensibile dei parametri utilizzati (come punteggio reputazionale, tempo di risposta, tasso di rifiuto degli ordini, ecc.). L’obiettivo è garantire un'effettiva possibilità di controllo da parte del lavoratore.

Glovo ha annunciato ricorso, ma la sentenza è già considerata uno spartiacque. Secondo molti esperti, si tratta del primo passo concreto verso una “democratizzazione” dell’intelligenza artificiale nei rapporti di lavoro, in un contesto dove le piattaforme digitali detengono un potere informativo assoluto.

Il sindacato di categoria ha esultato, definendo la decisione “una svolta per i diritti dei lavoratori digitali”. Diversi avvocati del lavoro evidenziano come la gig economy si stia finalmente confrontando con le garanzie minime previste dalla normativa europea, dopo anni di deregolamentazione.

Dal punto di vista pratico, la sentenza obbligherà tutte le aziende della delivery economy a rivedere le proprie logiche algoritmiche, ma anche le modalità di comunicazione verso i dipendenti. È probabile che, nei prossimi mesi, si aprano nuovi contenziosi simili, anche nel settore dei trasporti o delle piattaforme di freelance.

Inoltre, la giurisprudenza italiana si allinea alle tendenze europee più recenti. Anche in Francia, Germania e Spagna si stanno moltiplicando i ricorsi contro gli algoritmi opachi, che decidono bonus, carichi di lavoro o penalizzazioni senza reale trasparenza.

Questa vicenda riporta al centro il dibattito sul lavoro digitale, dove la tecnologia non può più essere una zona franca. La tutela dei diritti fondamentali dei lavoratori passa anche – e soprattutto – attraverso la regolamentazione degli algoritmi che governano il lavoro del futuro.

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

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