Link to La scelta di Muscat per il vertice tra Wahington e Teheran non è neutra né casuale: risponde alla necessità di uno spazio geopolitico capace di contenere l’escalation nello Stretto di Hormuz e di offrire un perimetro negoziale minimo ma credibileLa scelta di Muscat per il vertice tra Wahington e Teheran non è neutra né casuale: risponde alla necessità di uno spazio geopolitico capace di contenere l’escalation nello Stretto di Hormuz e di offrire un perimetro negoziale minimo ma credibile
Nel pieno di una crisi che ha ormai superato la soglia della pressione diplomatica per entrare in quella della deterrenza militare, Stati Uniti e Iran torneranno a parlarsi venerdì in Oman, in un vertice confermato e rigorosamente bilaterale, senza altri interlocutori regionali al tavolo. La scelta di Muscat non è neutra né casuale: risponde alla necessità di uno spazio geopolitico capace di contenere l’escalation nello Stretto di Hormuz e di offrire un perimetro negoziale minimo ma credibile, in una fase in cui il rischio di collisione diretta è diventato strutturale. Più che un segnale di distensione, il vertice rappresenta un tentativo di razionalizzazione del confronto, sottraendolo alla moltiplicazione degli attori e alla spirale dell’irrigidimento strategico e conferma anche su un diverso orizzonte la vocazione di mediatore silenzioso che da sempre riveste il Sultanato.
Dalla morte di Qaboos bin Said al Said, nel gennaio 2020, e con l’ascesa al trono di Haitham bin Tariq, molti osservatori avevano ipotizzato un ridimensionamento del ruolo internazionale dell’Oman. I fatti hanno smentito quelle previsioni. La personalità del sovrano è diversa e il contesto regionale è oggi più instabile e militarizzato, ma la dottrina strategica della nazione resta invariata: essere un paese amico di tutti, nemico di nessuno, accuratamente indipendente.Se Qaboos aveva costruito la reputazione del Sultanato come negoziatore indispensabile, Haitham l’ha istituzionalizzata, legandola a una strategia di lungo periodo che intreccia diplomazia, sicurezza, economia e trasformazione tecnologica. Non è un caso che l’attivismo politico odierno si accompagni all’“Oman Vision 2040”, il piano che mira a fare del paese un hub logistico, finanziario ed energetico tra Asia, Africa e Occidente.
La collocazione geografica spiega solo in parte la centralità di Muscat. Affacciato sullo Stretto di Hormuz, snodo da cui transitano circa 21 milioni di barili di petrolio al giorno - una cifra che rappresenta circa il 30% del commercio marittimo globale di greggio- e una significativa parte del gas naturale liquefatto (GNL) mondiale, l’Oman confinante con Emirati, Arabia Saudita e Yemen, occupa una posizione geostrategica cruciale. Ma ciò che lo rende unico è la capacità di restare fuori dai conflitti pur standone al centro.
A differenza dei vicini, il Sultanato non ha mai fatto della proiezione di potenza o dell’allineamento ideologico il cardine della sua politica estera. A ciò contribuisce anche con forza l’ibadismo, praticato dalla maggioranza degli omaniti: una tradizione islamica distinta da sunnismo e sciismo, fondata sulla tolleranza, sul rifiuto della violenza e sulla ricerca del consenso. In politica estera, questo si traduce in equidistanza, non interventismo e dialogo costante.
La credibilità dell’Oman non nasce oggi. È il prodotto di una lunga serie di decisioni prese in controtendenza rispetto al mondo arabo: negli anni di Camp David, Muscat rifiutò di boicottare l’Egitto; durante la prima guerra del Golfo condannò l’invasione del Kuwait, ma mantenne relazioni con Saddam Hussein, adoperandosi per alleviare le sofferenze della popolazione irachena; nel 2011 sostenne, insieme agli Stati Uniti di Obama, il dialogo con l’Iran sul nucleare, pur facendo parte del Consiglio di Cooperazione del Golfo dominato dall’Arabia Saudita; rifiutò l’adesione all’unione monetaria del Golfo, difendendo la propria autonomia; non partecipò alla coalizione saudita in Yemen, preferendo mediare e fornire aiuti umanitari .È la stessa logica che oggi consente all’Oman di essere accettabile sia per Teheran sia per Washington, in una fase in cui altri mediatori regionali risultano inevitabilmente esposti o schierati.
Quanto alle relazioni con Washington nel corso del tempo non si sono indebolite ma evolute- Non più una relazione puramente militare o di sicurezza, bensì un’alleanza multidimensionale che include commercio, tecnologia, investimenti, energia verde e infrastrutture. Nel 2025, gli scambi commerciali sotto il Free Trade Agreement hanno raggiunto 3,3 miliardi di dollari, mentre l’apertura dell’ufficio commerciale omanita negli Stati Uniti e le riforme sugli investimenti esteri hanno consolidato l’immagine del Sultanato come porto sicuro per il capitale internazionale. Parallelamente, la cooperazione su idrogeno verde e ammoniaca colloca l’Oman tra i protagonisti della transizione energetica regionale.
Questo rafforzamento dei legami con gli Usa rende ancora più significativa la scelta di Muscat come sede dei colloqui con l’Iran: un alleato americano che parla con Teheran senza essere percepito come ostile. Il contesto, tuttavia, resta estremamente fragile. Le dichiarazioni dell’amministrazione Trump – che continua a tenere “tutte le opzioni sul tavolo” – e gli incidenti navali nello Stretto di Hormuz mostrano come la soglia del conflitto non sia affatto lontana. L’Iran, dal canto suo, spinge per negoziati rapidi e bilaterali, nel tentativo di congelare l’escalation prima che diventi irreversibile. In questo quadro, l’Oman non offre soluzioni miracolose, ma tempo, spazio e metodo. È il luogo in cui le parti possono parlarsi senza perdere la faccia, testare linee rosse, verificare intenzioni. Non un arbitro neutrale in senso passivo, ma un grande player dietro le quinte.
(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati
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